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Monday, 7 March 2011

Gli acquedotti di Roma: gli undici acquedotti

Gli undici acquedotti maggiori
A cura del Prof. Arch. Renata Bizzotto
Con la collaborazione dell'Arch. Maria Letizia Mancuso
La capacità totale dei nove più antichi acquedotti, era di circa 992.200 mq al giorno.
Se si calcola a circa un milione di persone la popolazione di Roma in età traianea ne risulterebbe una disponibilità di circa 1000 litri per abitante, che possiamo confrontare con i 475 litri per abitante disponibili in Roma nel 1968.

In totale l'acqua era fornita da undici acquedotti:

1. Acquedotto Appio
2. Acquedotto dell'Aniene vecchio
3. Acquedotto dell'acqua Marcia
4. Acquedotto dell'acqua Tiepida
5. Acquedotto Giulio
6. Acquedotto dell'acqua Vergine
7. Acquedotto Alsietino
8. Acquedotto Claudio
9. Acquedotto dell'Aniene nuovo
10. Acquedotto Traiano
11. Acquedotto Alessandrino

Percorsi degli acquedotti maggiori
Quella che segue è una lista degli acquedotti antichi maggiori, secondo il loro ordine cronologico, che mostra anche quale parte di città essi servivano. La posizione delle loro sorgenti si riferisce alla distanza e orientamento rispetto al centro della città, espressi in miglia romane.

TABELLA CON: NOME ACQUEDOTTO, RIFERIMENTO DEL NOME, ANNO DI COSTRUZIONE, POSIZIONE DELLE
SORGENTI, POSIZIONE DELLO SBOCCO PRINCIPALE

AQUA APPIA, censore Appio Claudio Cieco, 312 aC, 7-8 miglia ad est, Circo Massimo (sud ovest)
ANIO VETUS, "Aniene vecchio", 269 aC, 29 miglia ad est, Porta Esquilina (sud est)
AQUA MARCIA, pretore Quinto Marcio, 144 aC, 36 miglia ad est, colle Quirinale (nord est)
AQUA TEPULA, "acqua tiepida", dalla sua temperatura, 125 aC, 10 miglia a sud est, Porta Collina (nord est)
AQUA IULIA, dalla gens dell'imperatore Ottaviano, 33 aC, 12 miglia a sud est, Porta Viminalis (nord est)
AQUA VIRGO, "acqua vergine", da una leggenda, 19 aC, 8 miglia ad est, Campo Marzio (nord ovest)
AQUA ALSIETINA, lago Alsietinus (oggi di Martignano), 2 aC, 14 miglia a nord ovest, Trastevere (ovest)
AQUA CLAUDIA, imperatore Claudio, 52 dC, 38 miglia ad est, Porta Praenestina (sud est)
ANIO NOVUS, "Aniene nuovo", 52 dC, 38 miglia ad est condivideva lo sbocco con l'Aqua Claudia
AQUA TRAIANA, imperatore Traiano, 109 dC, 13 miglia a nord ovest, colle Gianicolo (ovest)
AQUA ALEXANDRINA, imperatore Alessandro Severo, 226 dC, 14 miglia ad est Pantheon, Campo Marzio (nord ovest)

Acquedotto Appio
Fu condotto a Roma da Appio Claudio Cieco; questo acquedotto quasi tutto sotterraneo era lungo più di 16 km.
Fu il primo acquedotto, edificato nel 312 a.C. Lungo 16 chilometri (le sorgenti si trovavano sulla via Collatina), raggiungeva, con un percorso quasi tutto sotterraneo, Porta Maggiore, e si dirigeva poi verso l'Aventino per terminare al foro Boario, a porta Trigemina (attuale Monte Savello).
Aveva una portata di acqua di 73.000 mc al giorno ed era costituito da blocchi di tufo muniti di una cavità centrale.

Acquedotto dell'«Aniene Vecchio»
Fu il secondo acquedotto di Roma, realizzato nel 272 a.C.: esso fu costruito dal censore Manio Curio Dentato.
Così chiamato per la sua provenienza dalla valle dell'Aniene, sopra Tivoli. Il suo percorso era di 63 chilometri, sotterranei fino a Porta Maggiore, per poi terminare nella zona dell'attuale stazione Termini; un ramo secondario portava acqua alle terme di Caracalla.
La sua capacità era di 175.920 mc circa al giorno. Visibile a Porta Maggiore e presso la Stazione termini sotto la chiesa di S. Vito.

Acquedotto dell'acqua Marcia
Così chiamato da Q. Marcius Rex, pretore urbano, che nel 144 a.C. realizzò quest'acquedotto la cui acqua scaturiva dalle sorgenti Rosoline presso Marano Equo al Km. 61.5 della via Tiburtina Valeria.

Acquedotto dell'acqua Tiepida
Completata nel 125 a.C. dai Censori C.N. Cepione e L.Cassio Longino, giungeva dai Colli Albani e il nome deriva dalla sua temperatura, che rimaneva sempre intorno ai 16-17 gradi, anche in inverno.
L'acquedotto scaturiva tra Marino e Castel Savelli, nella valle Preziosa, e scorreva in un condotto sotterraneo di cui non si sa nulla. Nel 33 a.C le sue acque furono miscelate con quelle dell'acquedotto della Giulia, sensibilmente più fredde. La sua capacità era di 17.800 mc al giorno.

Acquedotto Giulio
Costruito nel 33 a.C. da M. Vipsanio Agrippa, scaturiva da sorgenti a Squarciarelli, presso l'omonimo ponte, sopra a Grottaferrata.
Lacqua era ottima e leggermente frizzante. Insieme alla Tepula, a cominciare dalla zona di Capannelle l'acquedotto incontrava l'acqua Marcia (proveniente dalla valle dellAniene), sulle cui sostruzioni ed arcate si appoggiava fino a Porta Maggiore e nel successivo percorso di distribuzione in città.

Acquedotto dell'acqua Vergine
Condotto a Roma da Agrippa nel 19 a.C., le sue sorgenti sono ubicate nella tenuta della Rustica; il condotto, tutto sotterraneo è ancor oggi in uso; durante i suoi duemila anni di storia ha subito un numero enorme di restauri e modifiche. La distribuzione a Roma dell'acqua Vergine era garantita da 18 castelli di distribuzione, dei quali uno era sotto il Pincio, ed uno presso l'attuale chiesa di S. Ignazio.
La parte alta di tre arcate dell'acquedotto, distrutte da Caligola per costruire un teatro e poi restaurate da Claudio, sono parzialmente conservati e visibili in via del Nazareno (n. civico 14). Di fronte (al civico 2) una porticina, esattamente corrispondente allo specus dell'acquedotto è sormontata da uno stemma della famiglia della Rovere.
In quel punto le condutture furono deviate per la realizzazione della fontana di Trevi, che oggi alimenta, insieme a quella dei Fiumi a Piazza Navona e la Barcaccia a Piazza di Spagna. Altre derivazioni dall'acquedotto principale giungevano al Campidoglio e probabilmente anche a Trastevere.

Acquedotto alsietino
L'acqua Alsietina proveniva dai laghi Martino e giungeva a Roma attraverso il Gianicolo, dopo un percorso di 32.815 m. circa.
Aveva una portata di acqua di 15.600 mc al giorno.
Condotto a Roma sotto Augusto nel 2 d.C. in occasione dell'inaugurazione della naumachia in Trastevere.
La naumachia, un circo che veniva allagato e dove si svolgevano battaglie navali, era un'ellisse con il diametro maggiore pari a 533 metri, situato tra le attuali piazze S. Cosimato e S. Maria.
L'acqua veniva captata dal lago di Martignano (ancora è visibile il taglio nella roccia ad un'altezza superiore al livello attuale del lago). Data l'origine lacustre dell'acqua, è immaginabile che essa venisse usata unicamente per le naumachie o per l’irrigazione dei campi. Non è escluso un utilizzo come forza motrice per i mulini di Trastevere.

Acquedotto Claudio
L'acquedotto, inaugurato nel 52 d.C., sotto l'imperatore Claudio, ma iniziato da Caligola nel 38 d.C., è uno dei più monumentali di Roma; già da Frontino denominato magnificentissimus, per l'importanza e la monumentalità dell'opera.
Le sorgenti, come per l'Acqua Marcia, erano poste nella valle dellAniene, presso l'odierna Arsoli; l'acqua veniva captata al XXXVIII miglio della Via Sublacense, dalle sorgenti Cursio e Ceruleo e giungeva a Roma dopo 68.681 m di percorso, 15.060 dei quali fuori terra, con circa 16 km di arcate in tufo.
L'acquedotto arrivava a Roma alla Spes Vetus: il doppio arco monumentale, noto come Porta Maggiore, ne costituisce l'elemento più vistoso, in gran parte fiancheggiando gli altri grandi acquedotti romani (Acqua Marcia, Anio Vetus e Novus). Qui le sue acque venivano mescolate con quelle dell'Anio Novus e quindi distribuite, attraverso una fitta rete in tutta Roma.
A sud di Porta Maggiore ancora oggi possiamo ammirare una importante diramazione dell'acquedotto, voluta da Nerone, per portare l'acqua alla Domus Aurea, presso il Colosseo.

Acquedotto dell'«Aniene nuovo»
Iniziato da Caligola nel 38 d.C. e terminato, insieme all'acquedotto Claudio nel 52 d.C., prendeva l'acqua direttamente dal fiume Aniene, da cui il nome, all'altezza di Agosta, nei pressi di Subiaco.
E' senza dubbio l'opera più imponente dell'architettura idraulica romana; 87 km di cui 14 su arcuazioni, una portata di 200.000 metri cubi al giorno ed il maggior livello rispetto al suolo all'arrivo a Porta Maggiore che permetteva la distribuzione dell'acqua anche alle zone più alte della città.

Acquedotto Traiano
Edificato da Traiano nel 109 d.C. allo scopo di portare acqua a Trastevere, convoglia a Roma le acque che scaturiscono lungo le pendici del lago Sabatino Bracciano); da qui l'acquedotto giungeva al Gianicolo, dopo un percorso 32.500 metri, in cui seguiva Un castello di distribuzione dell'acquedotto, che entrava a Roma dal Gianicolo, è stato rinvenuto nel 1850, nella villa Lais, presso porta S. Pancrazio; sui tubi erano annotati i nomi degli utenti, tra cui l'imperatore Traiano stesso.

Acquedotto Alessandrino
Edificato da Settimio Severo nel 226 d.C.; le sorgenti erano ubicate presso una località a 3 km. a nord del paese di Colonna (nella tenuta di Pantano Borghese) e giunge a Roma su tipiche arcuazioni rivestite in laterizio, che seguono la via Prenestina, la via Labicana e si concludono a Porta Maggiore.
La sua acqua fu utillizzata fra l'altro per le terme Alessandrine, rifacimento di quelle di Nerone in campo Marzio.

Sunday, 6 March 2011

Gli acquedotti di Roma: come funzionanao

A cura del Prof. Arch. Renata Bizzotto
Con la collaborazione dell'Arch. Maria Letizia Mancuso
Gli acquedotti raccoglievano l'acqua da diverse sorgenti naturali situate a notevole distanza dalla città (la più lontana era quella dell'Anio Novus, 59 miglia o 87 km ad est di Roma).

L'"acqua" veniva scelta in conseguenza di molti fattori: la sua purezza, il suo sapore, la sua temperatura, le sue supposte proprietà medicamentose, attribuite ai sali minerali contenuti, e la posizione delle sue sorgenti, che dovevano essere visibilmente pure e limpide, inaccessibili all’inquinamento e prive di muschio e di canne. Si dovevano esaminare le condizioni generali delle bestie che ne consumavano. Se la fonte era nuova, i campioni dovevano essere analizzati in contenitori di bronzo di buona qualità per accertare la capacità di corrosione, l’effervescenza, la viscosità, i corpi estranei e il punto di ebollizione.

L'acqua si muoveva in direzione della città grazie a nessun'altra forza se non quella di gravità, cioè l'acquedotto agiva da continuo scivolo per tutta la distanza che separava le sorgenti dal punto del suo sbocco. Per ottenere tale risultato ciascuno di essi veniva progettato in modo tale che ogni singola parte del lungo tracciato corresse leggermente più in basso di quello precedente, e leggermente più in alto di quello successivo, in modo da ottenere una pendenza media calcolata attorno al 2%. Per tale ragione l'acqua doveva essere presa da sorgenti situate in collina, più in alto rispetto alla posizione di Roma, in particolare nei dintorni ad est della città, ed ogni punto del lungo percorso doveva essere attentamente pianificato, a seconda delle caratteristiche del terreno che incontrava.

Gli architetti romani erano abili in questa attività, per la quale disponevano di arnesi sofisticati: a parte la comune livella ad acqua (libra), simile a quella usata oggi dai falegnami, utilizzavano strumenti come il chorobates, e il dioptra. Prima di essere incanalata, l'acqua passava attraverso una o più vasche dette piscinae limariae, dove la velocità di flusso rallentava, consentendo al fango e alle altre particelle di depositarsi. Simili vasche si trovavano anche lungo il corso di molti acquedotti, per rimuovere qualsiasi impurità.

Lontano dall'area urbana gran parte del percorso degli acquedotti era sotterraneo: scavando pozzi verticali veniva raggiunta l'altezza richiesta per mantenere un percorso in discesa, e quindi il canale, o specus, veniva scavato attraverso la roccia.


Lo specus
Per via delle caratteristiche del terreno, alcune parti del dotto dovevano correre in superficie, lungo un fosso le cui pareti erano rinforzate con una palizzata. Lungo il percorso esterno dell'acquedotto ogni 240 piedi (71,28 m) una grossa pietra, detta cippo, segnalava la presenza del canale sotterraneo, e per evitare danni e inquinamento doveva essere rispettata una distanza di sicurezza di 15 piedi (1 piede romano = 29,7 cm) per ogni lato della struttura fuori città e di 5 piedi nel caso si trattasse di struttura sotterranea o di struttura all’interno della città.


Diagramma del cippo

Infatti tutti gli acquedotti erano pubblici, di proprietà del governo a beneficio dei cittadini, nonostante lo ius non prevedeva l’esproprio (si pensa che il forzato suicidio di Torquato nel 64 d.C. ed il sequestro delle sue tenute sia da addebitare alla costruzione degli Arcus Neroniani). Il loro danneggiamento o inquinamento veniva severamente punito, così come anche usare l'acqua per ville o terreni privati collegandosi illegalmente alle condutture pubbliche.

Rami privati in effetti esistevano, ma potevano utilizzare solo il surplus dell'acqua disponibile, e per fare ciò si pagava un tributo.

Quando il dotto raggiungeva una parete scoscesa o una gola, una possibile soluzione era di costruire un ponte, o viadotto, per attraversare il salto e raggiungere il lato opposto ad un'altezza leggermente inferiore: qui il percorso del canale ritornava sotterraneo.

Un'altro modo di superare tali formazioni naturali era di attraversarle con il "sifone invertito", una tecnica basata su un semplice principio fisico.

Dove il terreno si faceva piano, in vicinanza della città, il flusso veniva reso possibile costruendo le famose serie di arcate, alcune delle quali raggiungevano quasi 30 m di altezza.

Attraversavano la campagna per delle miglia, mantenendo il livello dell'acqua sufficientemente alto da poter raggiungere l'area urbana. Infatti era lungo queste grandiose strutture che la maggior parte degli acquedotti entrava a Roma. Più l'acqua viaggiava alta, più grande era il numero di quartieri che avrebbe potuto raggiungere.

Nella parte sommitale di questi viadotti, dove scorreva il canale, si trovavano delle aperture che consentivano la stessa opera di manutenzione richiesta dai dotti sotterranei.


Le tre "acque" - Condotti multipli sopra Porta Tiburtina e Porta Maggiore
Dovendo sfruttare quanto più possibile l'altezza naturale del territorio attraversato, diversi acquedotti arrivavano a Roma seguendo un percorso quasi identico; quindi due o persino tre "acque" potevano condividere lo stesso viadotto, scorrendo in canali separati a livelli differenti, secondo la rispettiva altezza che ciascuna di esse aveva sin lì raggiunto.

I principali sbocchi cittadini erano situati nei punti urbani più elevati. In particolare, molti acquedotti raggiungevano i confini di Roma da sud-est, in un sito chiamato Spes Vetus ("speranza vecchia") da un antico Tempio della Speranza che una volta vi sorgeva. L'acqua quindi entrava in città dal vicino colle Esquilino, da dove poteva essere distribuita a gran parte degli altri quartieri.

In alcuni casi acquedotti più "ricchi" ne aiutavano altri a mantenere un volume d'acqua sufficiente al rifornimento delle rispettive aree: per esempio, l'Aqua Claudia versava circa 1/8 della sua portata nelle A.Iulia e A.Tepula.

Non tutti gli acquedotti entravano a Roma passando su un viadotto: quello più antico, l'Aqua Appia, correva quasi completamente in sotterranea, così come pure quelli provenienti da nord-ovest, Aqua Alsietina e Aqua Traiana, che rifornivano l'VIII regio, Trans Tiberim (cioè Trastevere) dalla cima del colle Gianicolo.

In tali casi, entro l'area urbana venivano usati i lapides perterebrati: mattoni cavi speciali che si incastravano l'uno nell'altro formando un condotto impermeabile.

Il principale sbocco di un acquedotto aveva l'aspetto del castellum ("castello"), una struttura di dimensioni variabili che conteneva una o più vasche simili alle piscinae limariae, dove il flusso idrico rallentava e le ultime impurità sedimentavano. L'acqua veniva quindi versata all'esterno da un certo numero di bocchettoni a forma di calice.

Saturday, 5 March 2011

Gli acquedotti di Roma: costruzione

A cura del Prof. Arch. Renata Bizzotto
Con la collaborazione dell'Arch. Maria Letizia Mancuso
L'acqua, per una città, è stata da sempre una delle risorse più importanti, e l'antica Roma era famosa per la sua grande disponibilità di fontane pubbliche, terme, bacini artificiali e serbatoi, stadi per battaglie navali (naumachiae), canali d'irrigazione, ed altre strutture simili.

In un arco di tempo di oltre 500 anni furono realizzati per il fabbisogno urbano di Roma undici acquedotti maggiori, oltre ad un considerevole numero di diramazioni. É stato calcolato che la portata complessiva di tali acquedotti, messi insieme, superava di parecchio la quantità giornaliera di acqua su cui oggi può contare la città moderna.

Tale abbondanza, che non fu mai raggiunta in nessun'altra parte del mondo, valse a Roma il nome di regina aquarum, cioè regina delle acque. É interessante notare che i Romani non davano un nome all'acquedotto in sé, ma all'acqua che portava, per cui la gran parte di essi veniva chiamata aqua (Aqua Appia, Aqua Marcia, Aqua Iulia, ecc.), seguito spesso dal nome del regnante o del funzionario che li avevano fatti realizzare o avevano presieduto alla loro costruzione.

Sin dai tempi in cui Roma fu fondata, gli abitanti poterono utilizzare l'acqua del Tevere, che scorreva lungo il confine urbano occidentale (oggi taglia la città moderna in due metà), e del suo principale affluente, l'Aniene, che incontra il fiume maggiore circa 4 km a nord delle più antiche mura cittadine, in una località ora circondata da nuovi quartieri.

Durante l'età dei re, e per un certo periodo dell'età repubblicana, la popolazione fece fronte alle proprie necessità raccogliendo l'acqua direttamente da questi fiumi, da canali, e da un certo numero di fonti minori quali pozzi e cisterne d'acqua piovana.
Nel IV secolo a.C. le dimensioni della città e la crescita della popolazione, compresi i molti immigranti, i mercanti stranieri e gli schiavi, richiesero una disponibilità maggiore.

Infatti nell'anno 312 il censore Appio Claudio fece costruire il primo acquedotto che raccoglieva l'acqua da sorgenti localizzate fra le 7 e le 8 miglia ad est della città, sebbene la lunghezza complessiva del suo percorso misurasse non meno di 11 miglia.
La realizzazione degli acquedotti seguì ad una media di uno ogni 60 anni circa, ma nel 52 d.C. due di essi vennero costruiti quasi allo stesso tempo.
La lunghezza degli acquedotti veniva espressa in passus ("passi"), una misura corrispondente a 1,482 m.

In modo più approssimato, erano misurati in milia passus, cioè miglia romane, il cui effettivo significato era "migliaia di passi", pari a 1,482 km.
La portata di ciascun acquedotto era calcolata in quinariae. Gli studiosi hanno calcolato 1 quinaria equivaleva a 0,48 litri al secondo.

Il più potente degli undici acquedotti, l'Anio Novus, portava 4.738 quinariae, il che significava una provvigione di quasi 200 milioni di litri al giorno!
La rete idrica di Roma era sotto il controllo di un alto ufficiale il cui titolo era curator aquae, cioè "curatore delle acque".

É grazie ad uno di questi curatori, Sesto Giulio Frontino (tardo I secolo dC), il quale scrisse un minuzioso saggio su questo argomento, che oggi si conoscono gran parte dei dati relativi all'amministrazione, le caratteristiche e il percorso degli acquedotti romani.
Diverse piante di Roma rinascimentali e barocche, invece, mostrano vedute a volo d'uccello tridimensionali delle molte parti degli acquedotti ancora esistenti fra il XV e il XVII secolo.

Grazie a queste fonti e agli scavi archeologici è stato possibile disegnare il percorso di molti acquedotti romani antichi, sebbene a causa dello sviluppo della città nel corso dei secoli assai poco di queste maestose strutture è rimasto in piedi.